Caso studio sul ripristino del calcestruzzo: il valore dei certificati nella scelta dei prodotti
Quando si parla di ripristino del calcestruzzo la finalità principale è quella di garantire un intervento durevole nel tempo.
Le NTC 2018 al paragrafo 2.1 introducono la durabilità definendola come: “la capacità della costruzione di mantenere, nell’arco della vita nominale di progetto, i livelli prestazionali per i quali è stata progettata, tenuto conto delle caratteristiche ambientali in cui si trova e del livello previsto di manutenzione”. Di nuovo al paragrafo 2.2.4: “un adeguato livello di durabilità può essere garantito progettando la costruzione, e la specifica manutenzione, in modo tale che il degrado della struttura, che si dovesse verificare durante la sua vita nominale di progetto, non riduca le prestazioni della costruzione al di sotto del livello previsto”.
Questo vuol dire che il concetto di durabilità deve essere interpretato come un vero e proprio requisito progettuale. La normativa italiana mette in relazione durabilità, Vita Nominale di progetto ed esposizione ambientale.
La Vita Nominale di progetto sappiamo che per edifici in calcestruzzo armato dalle prestazioni ordinarie viene convenzionalmente fissata a 50 anni e rappresenta quell’arco temporale teorico in cui si ipotizza che una struttura, purché soggetta a necessari interventi di manutenzione, mantenga specifici livelli prestazionali. L’esposizione ambientale invece è espressa attraverso le rispettive classi, definite dalla EN 206 e dalla UNI 11104, e in funzione del grado di severità ambientale a cui l’opera sarà sottoposta, vengono individuati dei parametri fisici e geometrici propri del calcestruzzo.
Il tutto è naturalmente subordinato alla tipologia di degrado a cui sarà soggetto il calcestruzzo.
Il degrado chimico del calcestruzzo
Esistono molteplici tipologie di aggressioni che possono verificarsi, anche contemporaneamente, ma senza dubbio le più insidiose sono quelle di natura chimica, cioè quelle causate dalle interazioni chimico-fisiche che nascono intimamente tra un materiale conducente come l’acciaio d’armatura, ed un materiale poroso ed assorbente come il calcestruzzo.
Una delle più comuni aggressioni chimiche è rappresentata dalla carbonatazione, che avviene con lo sviluppo di carbonato di calcio a seguito dell’ingresso dell’anidride carbonica nel calcestruzzo indurito. La carbonatazione provoca un decadimento dei valori di pH del calcestruzzo, innescando dei fenomeni corrosivi nelle armature metalliche che portano alla perdita di aderenza tra acciaio e calcestruzzo, e successivamente al distacco del copriferro. Il fenomeno è funzione di diversi fattori, tra i quali alte temperature, alti valori di umidità relativa e ovviamente alti tenori di CO2.
Un caso piuttosto frequente in tal senso riguarda il degrado degli elementi aggettanti delle facciate di edifici in ambiente urbano, tipicamente i frontalini dei balconi.
Malte multifunzione e marcature EN 1504
Per questa tipologia di elementi, considerata anche la natura dei cantieri che li riguardano e la rapidità esecutiva che generalmente viene richiesta, molto spesso si ricorre a malte da ripristino “multifunzione”, tipicamente a grana fine quindi adatte a spessori variabili, che oltre al ripristino strutturale del copriferro garantiscano contemporaneamente con un unico getto anche la passivazione delle armature metalliche e la protezione superficiale del calcestruzzo, accorciando di molto i tempi dell’intervento.
Questo all’atto pratico si traduce nell’utilizzo di malte in possesso di almeno 3 marcature CE, in conformità ad EN 1504-3 per il ripristino strutturale (in classe R3 o R4), ad EN 1504-7 per la passivazione dell’armatura metallica, e ad EN 1504-2 per la protezione superficiale del calcestruzzo.
Ponendo attenzione, ad esempio, sulla protezione superficiale secondo EN 1504-2, siamo sicuri che sia sufficiente fermarsi a queste indicazioni per selezionare il prodotto più efficace?
Supponiamo che un professionista si trovi a dover scegliere uno tra due prodotti che hanno queste marcature CE:
Sono entrambi protettivi per il calcestruzzo in conformità ad EN 1504-2 e sono entrambi rivestimenti (C), quindi a prima vista si potrebbe supporre che si tratti di prodotti analoghi.
In realtà ciò che li differenzia sono proprio le sigle che fanno riferimento ai principi previsti dalla EN 1504-9. I principi infatti ci dicono come quel prodotto protegge il calcestruzzo.
Semplificando MC è il Controllo dell’umidità, cioè la capacità di essere permeabile all’umidità, mentre IR è Aumento della resistività, cioè la resistenza dell’armatura metallica a condurre elettricità.
Entrambi i prodotti hanno queste caratteristiche ma solo il Prodotto A in più è conforme al principio PI, cioè la Protezione contro l’ingresso, e per ottenere questa modalità di protezione è necessario che il prodotto superi con successo, tra le altre, una severa prova (normata dalla EN 1062-6) che misura proprio la resistenza del materiale ad essere permeabile alla CO2, cioè il fattore che innesca l’abbassamento del pH nel calcestruzzo indurito.
Selezionando il Prodotto B il professionista potrebbe incorrere in un errore di valutazione piuttosto serio se pensasse di proteggere il calcestruzzo dall’ingresso di anidride carbonica, e questo potrebbe portare, in determinate condizioni, a vanificare l’intervento di recupero anche nell’arco di pochi anni.
Ing. Nicola Drei
Project Manager CVR S.p.A.
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